Poesia e Perdita

24 Dicembre 2018

“Un’altra poesia dirai tu… e invece sono preghiere. Come tutto quello che scrivo del resto”

Ingeborg Bachmann era la mia vicina di casa. Avevo sei anni quando venne ad abitare a Roma in via Giulia. La tedesca – mio padre la chiamava così- abitava come noi all’ultimo piano. Le sue finestre davano sul Lungotevere, le nostre su strada. Non mi era possibile spiarla. Tra le nostre porte d’ingresso c’era un lungo ballatoio inaccessibile per dei lavori in corso

La scritta PERICOLO DI MORTE e il simbolo di un teschio m’impedivano di andare a suonare il suo campanello di casa altrimenti le avrei portato una piantina, un fiore o una torta come facevo con le maestre. Non avevo mai visto una poetessa e nemmeno una tedesca. Mio papà che odiava i tedeschi, ma amava i poeti, parlava di lei come di una poetessa tedesca buona.

Ingeborg Bachmann era la mia vicina di casa ed era un’amica di mio padre.
S’incontravano al Caffè Perù, a Campo de’ Fiori e anche sulle scale di casa.
Lui la vedeva ovunque. Io non la incontravo mai.
Pensavo che se ancora non si era fatta vedere da me era perché scrivendo di notte, il giorno lo passava a dormire. Ma tornando da scuola, nelle prime ore del pomeriggio, prima o poi l’avrei vista anche io, con le buste della spesa o con la macchina da scrivere sottobraccio mentre andava al lavoro (anche se papà diceva che i poeti non sono interessati al cibo e non vanno al lavoro. Scrivere è il loro lavoro. E scrivere lo si può fare anche da casa). Nemmeno mia madre e mia sorella l’avevano mai vista, ma loro non sembravano interessate a conoscerla. Non ne parlavano mai. Probabilmente si trattava di un segreto tra me e mio padre o forse un segreto tra lui e la tedesca (per questo motivo non poteva invitarla a casa). Ogni volta che gli chiedevo di farmela conoscere lui rispondeva che quando sarei stata pronta, l’avrei incontrata. Dovevo essere paziente. Non avere fretta.

“Sono pronta! sono pronta!”, urlavo. “Ti prego fammi conoscere la poetesca tedessa, la tedessa poetesca.” Papà mi sorrideva e taceva. Il suo silenzio e la mia dislessia mi pietrificavano e per qualche giorno riuscivo a non chiedere più notizie della tedesca rinchiudendomi in un mutismo assoluto.

Un pomeriggio di giugno, papà mi chiese cosa volessi in regalo per la mia promozione.
Saremmo andati nella cartoleria di Via dei Giubbonari e lì avrei potuto scegliere qualcosa. Chiesi una corda per imparare a saltare. Affare fatto.
Lui non sapeva che una corda io già la possedevo e che ogni giorno a ricreazione mi allenavo a coordinare i salti con le parole poetessa- tedesca- poetessa- tedesca- poetessa- tedesca.
Davanti alla statua di Giordano Bruno mi esibii in salto alternato, incrociato e a pie’ pari.
Non sbagliai un salto e soprattutto una parola. Dire poetessa tedesca oramai mi veniva facile quanto bere un bicchiere d’acqua. Papà era sbalordito.
Il primo applauso della mia vita fu quello di mio padre in quel giorno di giugno.Tutti quelli che sarebbero arrivati durante la mia (breve) carriera d’attrice non avrebbero mai saputo eguagliare quell’attimo irripetibile ed eterno di gioia perfetta. Il vero premio non fu la corda ma un libricino azzurro che papà, sempre davanti alla statua di Giordano Bruno, quel pomeriggio decise di leggermi. Erano le preghiere della mia poetessa tedesca. Ed io ero finalmente pronta. Ad ogni parola lo interrompevo. Non ci capivo niente.     “Non fare domande, ascolta soltanto”, diceva.
Perché se era una poetessa scriveva preghiere? Era una suora dei boschi? Era una preghiera così diversa da quelle che mi avevano insegnato e che non “funzionavano”. Qui c’era la notte, c’erano gli abeti, c’erano le pigne e c’era una gigantesca Orsa. Quelle immagini mi attraevano e m’incutevano timore allo stesso tempo. Come quel ballatoio che mi divideva dalla tedesca. Ancora più pericoloso, ora che avevo scoperto che in quella casa ci viveva un’Orsa Maggiore con dei lunghi artigli, gli occhi antichi e i denti affilati pronti a divorarmi. C’era qualcosa che non capivo, tutto probabilmente, ma invece di chiedere, cosa che smisi di fare quel giorno, cercai da sola tutte le risposte: l’Orsa Maggiore era la nostra vicina di casa. Certo che non potevo incontrarla. Doveva restare nascosta. Era questo il segreto tra me, la tedesca e mio padre.

Quell’Orsa divenne la mia ossessione. Non ero poi così sicura che fosse pericolosa.
Nella preghiera, infatti, papà aveva nominato un guinzaglio e non una museruola quindi l’Orsa non poteva sbranarmi, mi dicevo rassicurandomi. Non mi avrebbe fatto del male. Solo la grandezza avrebbe potuto spaventarmi un po’, ma se l’avessi vista di giorno non avrei avuto paura.
Si sarebbe fatta accarezzare, sarebbe diventata mia amica: una sorella maggiore buona. Incontrarla, ne ero certa, mi avrebbe trasformato in poetessa e anche io avrei potuto scrivere preghiere come quella.
Di notte sognavo spesso questa tedesca altissima che teneva al guinzaglio un’Orsa Maggiore.
Mi venivano a prendere. Avevo paura e mi risvegliavo sudata urlando frasi incomprensibili, ma poi al risveglio mi sentivo coraggiosa e quando restavo da sola in casa mi piantavo per ore davanti al ballatoio chiamando:“Orsa, Orsa! Vieni Orsa!”.
Non desideravo altro che incontrare l’Orsa Maggiore. Della tedesca non m’importava più così tanto.

Un giorno mio padre e mia madre mi sorpresero con tutti e due i piedi sul ballatoio mentre disponevo delle mele a pochi metri dalla porta dell’Orsa. Sulla mela più grande avevo attaccato un bigliettino con su scritto:

Per la mia orsa-sorella maggiore. Io non ho paura.                                                                                           

Volarono schiaffi. Soprattutto di mia madre. Mio padre non parlava. Io lo avrei preso a schiaffi, ma non potevo. Ricordo che mi misero in punizione, al buio, in una camera che chiamavano degli ospiti, ma che non era mai stata “ospitata” da nessuno. La camera dei fantasmi insomma, tutti ne abbiamo avuta una. Quando i miei genitori vennero a parlarmi dopo moltissimi giorni, ore, forse solo minuti non ricordo, mi giustificai dicendo che se avevo attraversato il ballatoio era stato soltanto per incontrare mia sorella l’Orsa. Non ricordo chi dei due mi diede la tremenda notizia. Probabilmente me lo dissero insieme, in coro. L’Orsa Maggiore era in cielo e l’avrei potuta vedere tra le stelle. La stessa cosa me l’avevano detta per mia nonna.E non l’avevo più rivista. Piansi tantissimo.Capii che la mia Orsa era morta ed ero stata io ad avvelenarla con tutte quelle mele. Non sarei mai diventata una poetessa perché io avevo ucciso la poesia.

Non finii in prigione come credevo, ma a settembre traslocammo al nord di Roma. C’erano solo piscine e pini; nessuna poetessa avrebbe mai abitato in quella zona che era molto peggio della prigione che avevo temuto. Dimenticai la tedesca. Dimenticai l’Orsa. Dimenticai i miei sei anni.
Diventai grande anche senza tedesca e senza Orsa.

Grande quanto il vuoto che pur rimuovendolo non si dimentica. Non ti dimentica.

 Non esisti, ti ho inventato

Non esisti, ti ho inventato

Ma se esisti non sei quello che ho inventato.

(Diario-1 settembre 1986)

Giorni fa sistemando la libreria di mio padre nell’ultimo scaffale ho trovato un libricino azzurro intitolato Invocazione all’Orsa Maggiore di Ingeborg Bachmann.

Dentro, una dedica:

 A Mario,

e alla bambina che parla con gli orsi

Con affetto

Ingeborg

La calligrafia assomiglia molto a quella di mio padre ma potrebbe anche essere la mia.
Ho scoperto che negli anni Ottanta, quando abitavo a via Giulia, Ingeborg Bachmann non c’era già più. Era in cielo. Tra le stelle. Insieme all’Orsa.
E ora insieme a mio padre.

Invocazione all’Orsa Maggiore

di Ingeborg Bachmann

Scendi, Orsa Maggiore, notte arruffata
fiera dal manto di nubi, dagli antichi occhi,
stelle occhi,
nella macchia affondano, scintillanti,
le tue zampe con gli artigli,
stelle artigli,
vigili noi pascoliamo gli armenti,
pur da te ammaliati, e diffidiamo
dei tuoi fianchi sfiniti, degli aguzzi
denti dischiusi,
vecchia orsa.

Un cono di pigna: il vostro mondo.
Voi: le sue squame.
Dagli abeti dell’inizio
agli abeti della fine
la rivolto, la sbalzo,
l’annuso, ne saggio il sapore
e l’abbranco.

Temete e non temete!
Gettate l’obolo nella borsa,
all’uomo cieco una buona parola,
perché tenga l’orsa al guinzaglio.
E condite gli agnelli di spezie.

Potrebbe quest’orsa
liberarsi, non più minacciando,
incalzando ogni pigna, dagli abeti
caduta, maestosi abeti alati,
precipitati dal paradiso.

 

traduzione di Luigi Reitani. SE, Milano 1994

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